"Perché nonostante la crisi molte aziende funzionano anche se i giornali non ne parlano: continuano a esportare i prodotti italiani, nonostante la politica italiana. Il mondo ha fame di bellezza e di qualità. E gli italiani, che sono solo lo 0, 89%% della popolazione mondiale, hanno questi prodotti in abbondanza, dalla cultura all'agroalimentare, dal manifatturiero al turistico. Non hanno mai saputo raccontare se stessi come una comunità orgogliosa e capace. Ma gli italiani sono qualcosa di più di un indistinto insieme di codici fiscali: sono un popolo che deve soltanto ritrovare la dignità della propria vocazione. ...
Ma questo non è il tempo della paura. E' finito il tempo della paura. Se continuiamo ad abitare le nostre inquietudini, l'Italia diventerà un Paese depresso, non solo a livello economico, quanto nell'anima. Perché -checché ne dicano i tecnici abituati a ragionare con le slide, checché ne pensino i professionisti della burocrazia - un Paese è qualcosa di più del suo Documento di programmazione economica e finanziaria. Ha un'anima, l'Italia. E non vuole perderla. ...
Questo non è il loro momento. Questo non è più il loro momento. Tocca ad altri, tocca a noi. Adesso! Può darsi che noi stiamo sbagliando e che gli italiani preferiscano il sistema dell'usato sicuro alla nostra proposta -genuina e forse persino ingenua- della rottamazione. Nel caso, accetterò di buon grado la sconfitta. Non chiederò premi di consolazione. Non farò quello che fanno tutti dopo aver perso le primarie: cercarsi un premio di consolazione, farsi comprare con un incarico. ...
Ma se vinciamo, caro Niccolò, proveremo a costruire un'Italia all'altezza dei tuoi sogni. Un'Italia che vada orgogliosa di quella bellezza che forse non salverà il mondo ma certo potrà creare posti di lavoro e occasioni di identità. Un'Italia che respiri ambiente, dicendo basta al consumo selvaggio di suolo e recuperando i milioni di metri cubi abbandonati a partire da quell'autentica vergogna che sono le caserme abbandonate o sottoutilizzate nel centro delle città. Un'Italia in cui il tasso di occupazione femminile sia più vicino alla Scandinavia che al Medio Oriente, in cui il tasso di bambini all'asilo nido raggiunga i cugini francesi, in cui la politica non abbia bisogna di quote rosa perché è già sufficientemente colorata. Un'Italia in cui le aziende spendano in ricerca e in cui la scuola non abbia paura del merito, superando la cultura dell'egualitarismo che tanti danni ha fatto alla cultura dell'eguaglianza. Un'Italia in cui il lavoro non sia tassato tre volte di più della rendita finanziaria, in cui non ci siano dodici riviste specializzate in diritto del lavoro ma poche norme, chiare e traducibili in inglese. Un'Italia fondata sul lavoro e non affondata sulla rendita di chi gode di mille garanzie mentre il precario di vent'anni o il licenziato di cinquant'anni sono costretti ai margini della rappresentanza, fantasmi per i sindacati e per i partiti. Un'Italia in cui chi ha di più possa dare di più, certo. Ma soprattutto un'Italia in cui inizi a dare chi non ha mai dato vivendo da parassita grazie alla complicità vergognosa di un sistema fiscale talmente complicato da far acqua da tutte le parti. Un'Italia in cui il benessere non sia solo il metro di giudizio del proprio patrimonio economico, ma un modo di stare al mondo, di relazionarsi con gli altri, di vivere la qualità della vita indipendentemente dal conto corrente in banca: un modo di stare bene con sé e con gli altri dentro una società sempre più malata di stress e di tensioni. Un'Italia che segni la superiorità morale non della sinistra sulla destra, come vorrebbero certi radicai-chic che hanno distrutto le nostre speranze, ma la superiorità morale dell'altruismo sull'egoismo. Un'Italia in cui la comunità si senta solida perché solidale, investendo su forme innovative di welfare basate sulla sussidiarietà e sulla relazione umana. Ma anche un'Italia che non nasconda la parola merito, insabbiandola nei corporativismi e nelle rendite di posizione di chi pensa che compito dello Stato sia far arrivare tutti allo stesso punto: compito dello Stato è far partire tutti dallo stesso punto, senza dimenticare chi resta indietro ma senza tarpare le ali a chi vorrebbe fare di più. Un'Italia che taglia le Province, ridimensiona le Regioni ma valorizza i Comuni che sono il luogo in cui il cittadino dà del tu alle istituzioni, e non intende smettere di farlo. Ci dicono che questa Italia, la nostra Italia, non sarebbe autorevole in Europa. Non sarebbe credibile. Farebbe ridere la Merkel. Poco importa se quelli che lo dicono sono gli stessi che quando tornavano dai vertici internazionali facevano piangere gli italiani. ...
Per la prima volta nella storia della politica italiana un'esperienza che può scardinare il sistema si muove dentro la politica - e non fuori, in un'aula di tribunale o in un'azienda che si fa partito - ma si muove dal basso. Ci stiamo provando, con un'organizzazione totalmente innovativa. Dovresti vedere le facce dei volontari che stanno costituendo e animando comitati spontanei, che discutono su internet del programma, che parlano continuamente del tuo futuro. Hanno un entusiasmo e una passione che i politici di professione hanno perso da tempo. E la piattaforma internet www.matteorenzi.it non è più il sito di un candidato ma lo spazio di una comunità che avverte il fascino della sfida. Spostatevi, per favore. E lasciate passare l'Italia che è viva. Quella di chi vi contagia con il suo coraggio. Quella di chi non ha paura. Quella di chi ci crede. Quella di chi ci prova anche quando gli suggeriscono che sarebbe più prudente non rischiare. Quella di chi vi chiede di spostarvi, per favore."
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